jacopo corre

La mamma racconta sempre la stessa storia, guardandomi con tenerezza ed avvicinandosi a me, come se volesse prendermi in braccio e cullarmi. Anche se ho 25 anni, per lei, sono e rimarrò sempre il suo bambino.

Comincia dal compimento dei miei 2 anni, quando dopo tanti mesi passati a reggermi in piedi a fatica senza quasi riuscire a fare un passo, sono partito in una corsa sfrenata. E non mi sono mai più fermato. Praticamente non ho mai camminato per davvero, correvo. È vero, amo correre! Corro in ogni momento, per sedermi a tavola come per andare a scuola; con i miei amici, o anche da solo. Da sempre! Mi sento vivo, mi sento libero, mi sento uguale agli altri. Dimentico tutto: le mie difficoltà motorie, lo sguardo di compassione della gente. Non ci sono più differenze, mi sento felice. Semplicemente.

Quando eravamo più grandicelli, dopo la scuola, molti dei miei amici giocavano a calcio, ma io volevo solo correre. Si chiama “atletica”, mi dissero, e anche i miei insegnanti mi incoraggiarono ad iscrivermi in una Società Sportiva.

A questo punto del racconto, la mamma si ferma sempre, perché anche a distanza di anni, le vengono ancora le lacrime agli occhi al ricordo.

Ci dissero che non era possibile allenarmi insieme agli altri, che la loro società non era attrezzata, che io avevo bisogno di un “corso specializzato” per disabili. Ci rimanemmo così male che nessuno ne parlò per giorni. Me lo ricordo anche io, avevo 11 anni e mi sentivo triste, confuso e molto molto solo. Piangevo nella mia camera, senza farmi vedere da nessuno, ma proprio non riuscivo a capire perché mi rifiutavano. Non era giusto! Non bastava la mia passione per correre? Ricordo di essermi sentito diverso davvero, forse per la prima volta nella mia vita.

Ma poi una sera a casa, mi presentarono Giovanni che sarebbe diventato nel giro di poche settimane una delle persone più importanti della mia vita. Era un tutor, ma per me è diventato presto un amico. Grazie a lui, ho potuto cominciare finalmente a correre. E fino all’anno scorso l’idea di gareggiare era soltanto un sogno.

Io però mi sono allenato veramente tanto, tutte le settimane, e il mio tutor è stato davvero un eroe. Sempre al mio fianco. E così un giorno, mi parlarono di partecipare ad una gara: non ci credevo!

È un ricordo limpidissimo nella mia testa: era una domenica di alcuni mesi fa, di mattina presto. Il sole spuntava già dall’altra parte del campo. Ero pronto. Ho guardato attorno a me come al rallentatore: eravamo in tanti a correre i 50 metri piani. Mi sudava la fronte: avevo paura. Un colpo, poi sono partito. Finalmente potevo correre: mi sono buttato avido sul primo metro, ma non mi è bastato, quindi ne ho voluto un altro, e un altro ancora…. ed ecco già il traguardo, in un lampo

La mamma solitamente finisce il suo racconto emozionata, dicendomi che per lei, quella corsa è stato un attimo infinito, passato con il fiato sospeso.

Io invece ricordo che mio fratello Andrea mi chiese subito che tempo avessi fatto. Io non riuscivo a smettere di sorridere, ancora pieno di energia: non importava cosa in quel momento indicasse il cronometro. Per me era comunque un tempo da record! Personale prima di tutto.